
I sistemi di videosorveglianza in cloud e con accesso remoto da app sono sempre più diffusi. Sono comodi, scalabili e spesso più economici da installare. Ma dal punto di vista del GDPR cambiano alcune cose rispetto a un sistema locale — e l'installatore che propone queste soluzioni deve sapere cosa comportano per il cliente.
Un sistema di videosorveglianza tradizionale registra le immagini in locale — su un DVR o NVR fisicamente presente nel sito del cliente. Il cliente controlla tutto: dove sono i dati, chi vi accede, per quanto tempo vengono conservati.
Un sistema in cloud funziona diversamente: le immagini vengono trasmesse a server remoti gestiti dal produttore o da un fornitore terzo. Il cliente accede alle registrazioni tramite app o portale web. La comodità è reale — ma porta con sé una complessità normativa che nella videosorveglianza locale non esiste.
Quando le immagini escono dal sito del cliente e vanno su server di terzi, si crea una catena di soggetti che trattano dati personali. Il GDPR richiede che questa catena sia chiaramente definita per iscritto — e che ogni soggetto sappia esattamente quale ruolo ha.
È sempre il cliente finale il titolare del trattamento — cioè chi decide finalità e modalità della videosorveglianza. Non cambia con il cloud.
L'azienda che gestisce i server dove vengono archiviate le immagini deve essere nominata responsabile del trattamento con un contratto scritto (DPA — Data Processing Agreement). Senza questo contratto il trattamento non è conforme al GDPR.
Se l'installatore mantiene accesso al sistema per manutenzione o assistenza — anche solo per visualizzare le immagini in caso di problemi — diventa a sua volta un soggetto che tratta i dati del cliente. Anche questo rapporto deve essere regolato per iscritto.
Molti installatori mantengono accesso remoto agli impianti dei clienti per comodità — per fare assistenza, verificare il funzionamento o risolvere problemi senza dover andare fisicamente sul posto. È comprensibile e spesso utile per il cliente.
Ma questo accesso significa che l'installatore può potenzialmente visualizzare le immagini del cliente — e quindi tratta dati personali. Dal punto di vista del GDPR, l'installatore diventa un responsabile del trattamento o un sub-responsabile, e deve essere designato come tale per iscritto.
Situazione comune non conforme: l'installatore mantiene le credenziali di accesso al sistema del cliente "per emergenza" senza che ci sia nessun accordo scritto. Se il Garante verifica questa situazione durante un'ispezione al cliente, entrambi sono in una posizione difficile.
La soluzione è semplice: un accordo scritto tra installatore e cliente che definisce:
Quando si installa un sistema cloud invece di uno locale, i documenti che il cliente deve avere cambiano parzialmente:
La maggior parte degli installatori propone soluzioni cloud senza sapere — o senza dire al cliente — queste implicazioni normative. Non per malafede: semplicemente non è il loro mestiere principale.
Un installatore che sa spiegare al cliente cosa comporta una soluzione cloud dal punto di vista GDPR, che lo aiuta a capire cosa deve fare e che lo mette in contatto con chi può gestire la parte documentale, si distingue nettamente dalla concorrenza. Non vende solo hardware e cavi — vende competenza e tranquillità.
Opportunità concreta: ogni installazione cloud è un'occasione per proporre anche il servizio documentale. Il cliente sta già investendo in un sistema più sofisticato — è il momento giusto per spiegargli che la conformità GDPR è parte integrante di quell'investimento.
I sistemi di videosorveglianza in cloud creano una catena di responsabilità GDPR che i sistemi locali non hanno. Il fornitore cloud deve essere nominato responsabile del trattamento con un DPA scritto. L'installatore con accesso remoto deve essere designato per iscritto. I server extra-UE richiedono verifiche aggiuntive. Chi installa queste soluzioni e conosce queste implicazioni offre un servizio più completo — e protegge anche se stesso da responsabilità non volute.
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